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Pompei

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La situazione a Pompei? “Una dignitosa resa”
di Maria Giovanna Romano (Costituente ManifestoCultura)

Pompei, 29 settembre, ho circa un’ora e mezzo di tempo, poco per una visita completa degli scavi, ma decido comunque di “vivere quest’emozione” che coinvolge migliaia di persone tutti i giorni, anche fuori dall’Italia.
Entro alle 8.45 e decido per una visita libera, senza guida, con cartina che, gentilmente, la signora della biglietteria mi mette a disposizione. Ingresso da Piazza dell’Anfiteatro, sono subito immersa nel verde e nei pini. L’atmosfera è surreale, sono da sola, c’è silenzio, mi colpiscono i colori dei muri, della terra, in contrasto con il verde scuro della vegetazione. C’è ordine lungo il percorso che faccio – Piazzale dell’Anfiteatro, Via del Castricio – La Palestra Grande è sbarrata, ma si può osservare comunque l’interno, ordinato, un po’ dimenticato; dà, però, un senso di grande respiro, se la si immagina animata.
Proseguo lungo l’asse, Regio I, arrivo alla prima Domus aperta, la “Casa della Nave Europa”, si può entrare, qualche spiegazione.
Sensazioni suggestive all’interno, il graffito di una grande nave, protetto da una lastra di plexiglass.
Vorrei proseguire lungo Via del Castricio, il percorso è sbarrato, non si va avanti. Giro allora per vicolo della Nave Europa e arrivo in fondo, all’”Orto dei fuggiaschi”.
L’ingresso è da Vicolo dei fuggiaschi, entro in un giardino dove, all’interno di un piccolo antiquarium, sono esposti i calchi umani, ricavati in passato colando gesso all’interno delle cavità lasciate dai corpi stessi e, per quanto li abbia visti molte volte in foto e documentari, lì, in quell’orto, colti all’improvviso dalla morte, comunicano un’emozione enorme ed un senso di “pietas” mi prende, perché di fronte alla morte, anche se avvenuta 2000 anni prima, non si è mai preparati.
Proseguo, ma incontro ancora vie e Domus sbarrate, non demordo, torno verso Via dell’Abbondanza.
E’ un percorso un po’ al di fuori del percorso turistico, quindi passo davanti a strutture di sostegno e tubi Innocenti ormai arrugginiti, messi a contenere spanciamenti di muri. L’occhio professionale – faccio la restauratrice -  sostituisce momentaneamente l’occhio dell’anima e, arrivata su Via dell’Abbondanza, noto anche qui le transenne, messe perché il terreno dei terrazzamenti sta franando. In mezzo a splendidi melograni e cespugli di rigogliosa vegetazione, i sostegni in legno dei terrazzamenti stanno franando, portandosi appresso muri e manufatti. Il mio tempo sta per scadere e torno indietro. La sensazione che ho è di grande dignità, un luogo tenuto ordinato e pulito (per tutti i luoghi dove sono passata), con grande difficoltà, perché si percepisce la mancanza di investimenti e risorse, anche solo per la manutenzione. Ho l’impressione che sia l’amore di chi lo ha materialmente in cura che riesce a dare dignità a questo luogo di grande storia, non chi dovrebbe valorizzarlo trovando le risorse!
Sento una grande dignità nella resa, perché i miracoli non si possono fare senza risorse. E penso a quante persone, dalle diverse professionalità e attività, potrebbero lavorare per mantenere, conservare, preservare, promuovere, valorizzare! Mentre mi avvio all’uscita, sono quasi le 10, è cominciato il grande afflusso delle comitive, molti stranieri, c’è già una lunga fila alla biglietteria. L’atmosfera non è più quella di quando sono entrata, ma mi stupisco di come, comunque, l’occhio dell’anima abbia prevalso sull’occhio professionale (che mi condiziona sempre la visione dell’arte).  Pb. 05/10
E non me la sento di sparare a zero sulla scarsa efficienza della comunicazione o sui cantieri dimenticati. Prevale quel senso di dignità e amore dolente, ma non domo, che ho imparato ad apprezzare e a mutuare da chi abita e vive questi luoghi.

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